Ugo
Delucchi. Marzo 1961.
Dal 1974 pubblica fumetti e vignette su riviste e
quotidiani nazionali ed esteri.
Inizia con la bancarella di G. Skiaffino.
Nel '78 è tra icollaboratori del Male.
Nel 1980 è con Paz, Tamburini, Scozzari ecc. tra i
fondatori e i più attivi animatori di Frigidaire di
cui è attulamente disegnatore di punta.
Ha diretto spot pubblicitari Perugina, Barbie Mattel,
KodaK ecc.e sigle di computer grafica alla RAI.
Art director in grossi studi pubblicitari è sempre
stato sulle “barricate”, ha colllaborato con i Centri
Sociale, graffitato con i più importanti newyorchesi
(quelli del Gruppo Basquiat), coerente con i propri
ideali è passato spesso dalle stelle alle stalle.
Ha realizzato 6 diari scolastici Pigna con uno dei
suoi personaggi più noti, Moskino.
E' stato cantante e compositore di uno dei primi
gruppi Punk italiani, i Dirty Actions, ha realizzato
5 dischi Cramps Record e l'anno scorso è uscito un
cofanetto con doppio CD dal vivo e in studio.
Ha programmato e disegnato V-games per Commore 64 e
Amiga 500.
Attualmente collabora a Frigidaire, sta finendo due
libri e un romanzo di fantascienza
Potete incontrarlo mentre sorseggia un drink nella
movida o tra i black block o a suonare in qualche
gruppo Post Punk, Hip Hop o Crossover..
Podcast
Città è una parola che ha molti significati… possiamo parlarne in maniera sensata solo in rapporto ad una determinata epoca e a una determinata società. Oggi un’epoca è alla fine…il che ci obbliga a riformulare la nostra idea di città e di vita urbana...sappiamo ciò che è stato, ma le ipotesi su quel che verrà sono molte. Una delle ipotesi più suggestive, nota come “teoria della frammentazione”, sostiene che nel tessuto urbano attuale e particolarmente nelle grandi metropoli si vanno disegnando importanti processi di separazione e di esclusione. Le città si dividono socialmente e culturalmente, i gruppi umani scelgono di “vivere tra simili”, rifiutando il contatto con l’altro, lo straniero, il povero.
Si decompone, si smarrisce la dimensione urbana. In prospettiva nascono e crescono vere e proprie “isole urbane”, spazi nella città che comunicano sempre meno con il resto, enclaves etniche, culturali, politiche, professionali, parentali, claniche. Clamorosamente evidente questa tendenza alla separatezza nelle grandi concentrazioni urbane terzomondiali in cui la difesa dei livelli di vita dei ceti medio-alti si traduce nella continua repressione dello spazio e del movimento, con fenomeni di vera e propria “fortificazione urbana”: è l’immagine della cittadella informatizzata assediata dalle baraccopoli.
Anche nelle città dei paesi sviluppati si affacciano tendenze analoghe. Gli Stati Uniti conoscono il successo sempre maggiore di esclusive città private: Gated Communities, Privatopias, Walled Cities, spesso create in zone amene che si pongono come alternativa radicale e surrogato all’esistenza nelle vecchie concentrazioni urbane, considerate pericolose e invivibili.
Ma anche nelle città europee dove dimensioni spaziali, storia dei luoghi, eredità culturale rendono più difficile e lento l’affermarsi del discorso della frammentazione, si affacciano fenomeni inquietanti: stranieri, giovani, precari, disoccupati, “inutili” di vario tipo finiscono confinati in determinate zone della città. Le città divengono città Sono isole urbane per le minoranze. di minoranze e di minoranze segregate.
In queste isole si vive oggi un tipo di urbanità subalterna, in qualche misura rapportabile a quella che vivevano una volta i sobborghi fuori dalle porte delle città.
Una delle città più segregate del mondo, Chicago, insegna molto: in essa si intrecciano diverse linee di segregazione: di classe (ricchi e poveri), etnica (bianchi e neri), identitaria (vecchi residenti e nuovi arrivati), per età (vecchi e giovani). E’ una città di vicinati esclusivi, arcipelaghi di quartieri di abitazione fortemente connotati, in cui ogni minoranza è come rinchiusa in una isola. A Chicago per spostarsi si ricorre a “Non-stop bus”, che attraversano le zone pericolose senza fare fermate.
In Europa anche i centri storici di molte città divengono isole di tipo paesaggistico-museale, cartoline ricostruite ad hoc in base ai dettami del postmoderno e del new urbanism. La gentrification ricrea pezzi di Amsterdam o della vecchia Budapest ad uso e consumo delle nuove élites: sono veri e proprio salotti urbani, ammantati da atmosfere d’epoca, in cui si intrecciano scelte residenziali elettive a consumi di lusso. Parti “pregiate” delle città, zone in cui le case si vendono come quadri d’autore, cui a volte si sovrappongono parti “specializzate”, zone di attrazione turistico-spettacolare-sportiva.
Un paesaggio urbano che non funziona solo come una scenografia, uno sfondo, ma è il luogo in cui prende corpo una dimensione sociale diversa, si toccano con mano gli effetti di una economia nuova. Si materializzano gli “effetti di luogo” della grande trasformazione globale.
Certo non solo isole “negative” prendono corpo, esistono anche momenti in cui lo “stare tra simili” produce arte, cultura, politica.
Isole di creatività artistica come la stecca degli artigiani a Milano, isole musicali come la Seattle celebrata dai teorici della “classe creativa”, isole politiche come i centri sociali, da decenni cuore di ipotesi alternative di organizzazione della vita e del tempo della città. In alcuni casi la condizione di isola è vissuta addirittura come autoaffermazione, come elemento di riconoscimento comune e di identità. Non si deve però esagerare nelle chiusure, accreditare le politiche del posto di blocco.
Si sa, utopia è un’isola, ma nel complesso in questo divenire insulare dell’urbano rischia di esserci ben poca grandezza, non vi è traccia della “neutralità” caratteristica delle utopie classiche. Le isole che emergono dal ritrarsi della dimensione collettiva e pubblica della città sono universi atomistici e autistici, che preludono ad una condizione di incomunicabilità e di possibile scontro. Le banlieues parigine lo sottolineano bene.
Sono isole che si costruiscono per essere distrutte, e in cui la circoscrizione del territorio corrisponde alla circoscrizione delle ipotesi di senso. Sono isole che permettono di pensare il sociale senza la società, lo storico senza la storia, il politico senza la politica. Per comprenderle è necessario dotarsi di strumenti che trascendono la dimensione individuale, la soggettiva e la nazionale. E forse c’è da fare di meglio che comprenderle, ed è forgiare armi filosofiche e politiche che preparino un futuro meno arido di quello prospettato dalle isole urbane...
Non le rimpiangeremo: in fondo in queste isole vi è ben poco di mirabile...il viaggio a Citera rischia ormai di concludersi definitivamente nella terra dei Lotofagi...
Utopia, piccola isola...
petrillo
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Cesare Viel,
“Thank you Emily”, 2002
Disegni stampati e plastificati, 105x75 cm. cadauno
Courtesy Pinksummer, Genova
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