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Viana Conti

IL DESTINO DEL SOGGETTO NELL’ARTE DIGITALE
Cosa ne pensano filosofi, scienziati, artisti
a cura di Viana Conti

L’interrogativo è: nell’Arte digitale, in tutte le sue modalità espressive, il soggetto si esalta, collassa, si moltiplica o si trasforma?

Se è pensabile che l’idea dell’arte risieda nel soggetto, quale destino le sarebbe riservato nell’ipotesi del filosofo francese Gilbert Simondon (1924-1989), tanto caro a Gilles Deleuze, che considera l’individuo con una non-entità, ma un processo in divenire, quella che lui definisce, un’individuazione, mediando il suo pensiero dalle scienze della natura e da quelle umane, dalla biologia e psicologia, dalla sociologia e dalla teoria dell’informazione. La radicalità della sua tesi tocca l’apice quando sostiene che l’individuo partecipe di una collettività non perderebbe identità, ma la accrescerebbe, arrivando al paradosso che la moltitudine rende singolari. Tutto ciò nei riflessi della net.art, software art, delle installazioni digitali, degli ambienti di realtà virtuale non può non suscitare interrogativi. Non ci si stupisce, inoltre, che di fronte a un’Arte digitale considerata impermanente, fluida, mutevole, Christiane Paul, curatrice delle mostre d’ arte elettronica al Whitney Museum di New York, parli di personal media, che Andreas Broeckmann, curatore, dal 2001 al 2007, a Berlino, del Festival d’Arte Transmediale usi il termine Unfinished! per evidenziare la qualità evolutiva e formalmente indefinibile dell’Arte digitale. Di fronte alla tematica/problematica del divenire tecnologico di soggetti e oggetti, che informa questo numero, ho pensato di dare voce a opinioni, sull’argomento, più autorevoli della mia e quindi di far parlare sul dibattuto e controverso rapporto Arte e Tecnologia, le figure del filosofo Paul Virilio, del critico teorico e curatore Frank Popper, dell’artista Jean-Pierre Giovanelli, del docente universitario di Etica ed Estetica della Comunicazione Mario Costa, del Ricercatore di Robotica e Coscienza Artificiale Riccardo Manzotti, dello Psicanalista lacaniano Jean-Paul Thenot. Un’intervista multipla questa, articolata su contributi non-interagenti, ma autonomi, presentati nella sequenza alfabetica del nome dell’autore. Rientrano nell’ordine del discorso le immagini degli artisti Guido Affini, Maurizio Bolognini, Jean-Pierre Giovanelli, Alexander Hahn, Yuan Shun.

Per l’estetica del flusso tecnologico
di Mario Costa
In nome dell’immateriale, molta confusione e molti equivoci si sono consumati ed esso è stato visto e trovato là dove non esisteva affatto: “La smaterializzazione dell’arte” di Lucy Lippard (1973), e “Les Immatériaux” di Lyotard (1985), valgano come esempi. Immateriale è, veramente, solo ciò che si sottrae alla forma e vive come flusso. La vita umana è oggi costituita da un flusso di una indiscernibile energia, generata dalla fusione tra tempo dell’organismo e tempo della macchina, tra tempo del soggetto e tempo della specie. Questa inedita situazione, insieme antropologica ed ontologica, produce l’indebolimento reciproco di ciascuno dei termini, una volta distinti e separati: organismo, macchina, soggetto e iper-soggetto, si confondono e si dissolvono ora l’uno nell’altro. Al loro posto c’è il fluire, in un presente continuo ed universalmente diffuso, di un fragore indistinto di energia, ad un tempo vitale e macchinica, soggettiva e collettiva. Il fondamento, ciò da cui tutto questo è generato e mantenuto, è il flusso tecnologico. La ricerca estetica, quella che non crede di poter far finta di niente, deve funzionare oggi come un rilevatore del flusso tecnologico, delle sue zone di perturbazione, dei suoi campi di vibrazioni…, e “tutto il resto è letteratura”. Primo giorno del 2007.

Reinventeremo la materia estetica
di Jean-Pierre Giovanelli

Bill Joy ci dice che
il futuro non ha più bisogno di noi, Stelarc, l’inventore degli esoscheletri, che il corpo è obsoleto, Yves Michaud che l’arte è evaporata, Baudrillard che la storia, la realtà, non esistono più e la rappresentazione non ha più senso, Fisher che la storia dell’arte è terminata, Virilio che nell’arte, quale che sia la sua modalità d’essere, si realizza un’arte estranea a se stessa, il cui agente sterminatore lavora alla sparizione del ponte sospeso tra profano e sacro. Bensaude Vincent ci parla di una coproduzione della tecnica umana con quella della natura. Stiamo vivendo un’epoca di mutazioni della percezione, i cui fondamenti sono direttamente connessi alle nuove tecnologie di cui le nanotecnologie, rappresentano la novità estrema. Queste hanno preso possesso della nostra eternità passata e futura, provocando una vertiginosa accelerazione del tempo, una derealizzazione della materia, già in atto in quelle opere d’arte che fanno ricorso alle scienze applicate. Cerchiamo di immaginare, a questo punto, un prossimo futuro in cui un insieme di congegni sia predisposto a catturare il pensiero per poi materializzarlo ricorrendo alle nanotecnologie. Ci troveremmo allo stadio iniziale dell’invenzione di oggetti, di una sorta di materia che va ben oltre le illusioni dell’immagine digitale e degli ologrammi. Proviamo a immaginare un mondo dove esseri, molto diversi da noi, producano una realtà interna al loro immaginario. Che ne sarebbe allora dei nostri poveri valori o di ciò che ne resta, quando fossimo sommersi da queste creature capaci di autogenerarsi? L’homo informaticus, che siamo noi, sarebbe annientato dall’homo-nanotechnicus. Si tratta di una visione fantascientifica? Sembra che la nostra storia di uomo informatico sia in fase terminale, le scienze vi stanno lavorando e l’arte non può disinteressarsene. Per il momento il coniglio giallo di Eduardo Kac e tutte le opere video-digitali sono orientate verso questa derealizzazione del senso, ostinandosi inconsciamente a voler abbattere quell’ultimo ponte sospeso tra il profano e il sacro. (traduzione dal francese di Viana Conti)

Materiam superat opus.
Ovidio, Le metamorfosi
di Riccardo Manzotti


Da sempre tra arte e tecnologia esiste un rapporto strano: da un lato l’arte sembra celebrare la vittoria della forma sulla materia, dall’altro la tecnologia incarna la capacità dell’uomo di tradurre il potenziale in atto, di trasformare la materia inerte in forma viva. La logica della tecnologia è quella di realizzare tutti i possibili; l’arte si propone di esplorare l’infinita successione delle forme che l’artista, come l’uomo platonico della cava, coglie e comunica agli altri esseri umani. Oggi la tecnologia e l’arte possono raggiungere un nuovo livello di referenzialità. La tecnologia è in grado di modificare il soggetto stesso o addirittura di creare nuovi soggetti. L’essere umano è in grado di intervenire sulla struttura stessa dell’esperienza cosciente, cuore del soggetto, sia attraverso alterazioni dell’esperienza dei soggetti, sia attraverso la realizzazione di un antico sogno: la creazione di un essere artificiale costruito a nostra immagine e somiglianza. L’idea di poter costruire un soggetto artificiale è vecchia quanto la nostra stessa civiltà. Oggi abbiamo a disposizione nuove teorie, nuovi modelli scientifici che riducono la distanza tra il mondo della materia, oggetto della scienza galileiana, e il mondo della forma, estremo baluardo dell’arte e del soggetto cosciente. L’arte vive nel soggetto, ma il soggetto, attraverso la tecnologia, cambia se stesso in nuove forme che erano altrimenti ignote. La capacità di modificare e replicare se stessi – attraverso la robotica, la coscienza artificiale, le neuroscienze, la scienza cognitiva – anche se ancora agli inizi, suggerisce un nuovo livello di creatività dove non solo la forma, ma anche il soggetto che la crea e ne fa esperienza, è spinto verso nuove e imprevedibili incarnazioni. La tecnologia, prima limitata agli oggetti, sta entrando in una nuova fase che avrà il soggetto al suo centro. Soggetto e oggetto diventeranno due lati di un unico principio; arte e tecnologia si fonderanno in un unica disciplina che genererà nuove forme. Scriveva Plino il vecchio nel I sec. d. C.: «Quante cose sono state credute impossibili finché qualcuno non le ha realizzate.»

L’Arte virtuale
di Frank Popper
Nel contemporaneo la cosiddetta
Arte virtuale altro non sarebbe che una versione ad alta definizione della cosiddetta Arte tecnologica. Come tale, rappresenta un nuovo indirizzo; novità da intendersi in termini di umanizzazione del tecnologico, enfatizzazione dell’interattivo, dialogica filosofica tra il reale e il virtuale, prospettiva multisensoriale. Da un punto di vista ontologico, l’Arte virtuale contemporanea rappresenta una nuova modalità di partenza dal Video e dall’Arte tecnologica, potendosi realizzare sull’orizzonte delle molteplici differenze dell’Attuale. L’Arte virtuale espande anche la sfera epistemologica delle precedenti tendenze artistiche. Il fatto intuibile che l’Arte virtuale comprenda molte possibilità dell’Arte Attuale indicherebbe che viene ulteriormente messa in gioco la verità. Se consideriamo l’epistemologia nel senso dello studio delle origini, della natura, dei limiti del sapere umano, oppure soltanto come ricerca di una comprensione scientifica del naturale, allora l’Arte virtuale tenta di fare del suo meglio su entrambi i versanti: quello scientifico e quello filosofico. (Traduzione dall’inglese di Viana Conti)
Contemporary Virtual Art can be considered as a new and refined version of Technological Art.As such, it represents a new departure; new in terms of its humanization of technology, its emphasis on interactivity, its philosophical attitude between the real and the virtual, and itsmultisensorial outlook. From an ontological point of view, contemporary virtual art represents a new departure from video and technological art since it can be realized as many different actualities.Virtual art enlarges also the epistemological range of previous art tendencies. The intelligible fact that virtual art encompasses many possibilities of actual art would indicate that a supplement of truth is at stake. Whether we take epistemology in the sense of the study of origins, nature, the limits of human knowledge, or only as a quest for understanding nature scientifically, Virtual Art tries to make the best of both worlds: the scientific and the philosophical. (testo originale di Frank Popper)
Le illusioni dell’onnipotenza
di Jean-Paul Thenot

Il digitale non è fatto per migliorare l’immagine, ma per fondere insieme una massa d’immagini da trasportare in blocco, come deportati in un vagone. In vista del trasporto, bisogna prima comprimerle. Una volta compresse, per rianimarle, bisogna decomprimerle…Queste riflessioni di Godard possono porre domande fondamentali sulle nuove tecnologie d’oggi, di domani, sulle nanotecnologie e su tutte quelle che verranno, che ancora ignoriamo.
La tecnologia, il digitale e il virtuale non cessano di invadere il nostro ambiente quotidiano, naturale e scientifico, condizionando il comportamento della nostra coscienza, il nostro rapporto con il mondo esterno, le nostre modalità di comprensione degli altri, la nostra potenzialità estetica. A partire da ciò, sono soprattutto le nostre concezioni ontologiche a vacillare. Donde le paure manifestate da Baudrillard o Virilio, le possibilità di segno più positivo formulate da Pierre Lévy o da altri pensatori. Le biotecnologie, queste tecnologie dell’ esasperazione, gli interventi sul DNA, la clonazione, con tutte le manifestazioni illusorie di onnipotenza e d’immortalità che comportano, stanno forse per profilarsi come arti estreme? Con l’irresistibile avanzata di oggetti che la scienza non cessa di produrre, si pone infatti la questione della soggettivizzazione e della desoggettivizzazione degli individui, la cui identità sembra oggi instabile, frammentata, discontinua, sul punto di rottura, infine deterritorializzata. L’arte deve delegare alla scienza e alle nostre società del controllo – diceva Deleuze – la cura di prevenire e rassicurare l’angoscia dei tempi nuovi? La sua funzione non sarebbe quella di interrogare e potenziare il pensiero? L’utilizzazione delle tecnologie nell’arte trova una plausibile motivazione nel fatto che esse sono dispositivi che generano metafore, materializzano archetipi in grado di attivare atti disruptivi del sociale, di provocazione del pensiero. In breve l’applicazione della tecnologia all’arte non può che essere motivata dall’interesse che questa nutre per la presenza dell’uomo in quanto coscienza e dagli interrogativi che pone, talvolta alla maniera imprevedibile dei maestri zen, sul nostro posto al mondo, sul nostro radicamento fisico, energetico e spirituale: pietra filosofale dell’estrema origine dell’essere. (traduzione dal francese di Viana Conti)

L’arte a perdita di vista
di Paul Virilio

Nello stesso modo in cui l’accelerazione della storia dell’arte, all’inizio del XX secolo, preannunciava il puro superamento della figura, si intende di tutta la figurazione,
l’accelerazione della realtà contemporanea del nostro XXI secolo rimetteva in questione la «rappresentazione» nella sua totalità, non solo pittorica o architettonica quindi, ma soprattutto teatrale, a detrimento della scena politica della democrazia rappresentativa.
Che lo si voglia o no, ciò che oggi è ampiamente contestato dalla dismisura del progresso cibernetico e dell’accelerazione supersonica, è l’
insieme delle rappresentazioni al solo vantaggio di quelle tecniche di telecomunicazione istantanea che, come presentano in tempo reale gli eventi così presentano quelle opere, un tempo plastiche, che ormai sono divenute puramente «mediatiche». (traduzione dal francese di Viana Conti)


Da Paul Virilio, L’Art à perte de vue, Galilée, Paris, 2005.



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